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1) Cosa è la Tam, quando nasce e perché,
2) Come è strutturata

3) Quali compiti si prefigge
4) In che cosa si differenzia da eventuali altre associazioni od organismi ambientalisti
5) Che risultati ha ottenuto sia sul piano nazionale che regionale
6) Perché è così poco conosciuta
7) Che problemi presenta e come potrebbero essere risolti
8) Cosa occorre fare per farvi parte

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1) Cosa è la Tam, quando nasce e perché,

L'acronimo T.A.M. significa Tutela dell'Ambiente Montano. L'omonima commissione è la naturale evoluzione della precedente Commissione protezione della natura Alpina (P.N.A.), con la quale il CAI iniziò, se non ricordo male negli anni settanta, a raccogliere le forze di quei soci più sensibili che volevano contrastare il sempre più esteso degrado della montagna. In quell'epoca, infatti, grazie al precedente boom economico (ormai in esaurimento), all'esodo dalla montagna dei montanari e, al contrario, al notevole aumento dei frequentatori cittadini della montagna - causa principale dell'espansione esplosiva degli impianti da sci, delle strade in montagna e dei villaggi turistici - si andava completando la colonizzazione urbana di gran parte delle Alpi e dell'Appennino. Il termine "protezione" è così una spia della filosofia ambientale dell'epoca, che era rivolta per lo più alla "conservazione" di pezzi di territorio montano difendendoli - con leggi (specialmente a difesa della flora) e l'istituzione di parchi e riserve- dalla profonda alterazione indotta da usi turistici o di puro sfruttamento delle risorse (bacini idroelettrici, cave, esbosco ecc).
Successivamente si comprese che la pura conservazione di alcune parti del territorio, ritenute di maggior valore, rischiava di diventare un alibi per la completa manomissione di tutto il resto, non tutelato. Inoltre si capiva sempre più chiaramente che la difesa dell'ambiente montano non poteva essere senza comprendervi il montanaro, che da sempre aveva utilizzato gli ambienti montani, modellandoli e trasformandoli in quello che oggi chiameremmo "neoecosistema". L'abbandono delle montagne e le trasformazioni urbanistiche ed economiche indotte dall'esterno, infatti, erano la causa diretta dell'impatto negativo sull'ambiente naturale. Il termine ambiente (che sostituisce natura) vuole essere, allora, segno di questa nuova consapevolezza. La tutela, rispetto alla conservazione, suggerisce un'azione interlocutoria con le forze economiche e sociali della montagna, ma anche esterne ad essa, che non possono essere solo contrastate e combattute, ma guidate e governate secondo una dimensione ecosistemica che ricollochi il montanaro al centro della gestione attiva del territorio montano.
Oggi si è fatto un ulteriore passo avanti, nella concezione ambientalista, in quanto con l'Anno Internazionale della Montagna (A.I.M. 2002) l'azione di salvaguardia fa proprio il concetto di "sviluppo sostenibile" delle montagne di tutto il mondo.
Questa lenta evoluzione della filosofia dell'ambientalismo del CAI ha lasciato traccia storica in alcuni fondamentali documenti, con i quali nel nostro sodalizio si è cercato di chiarire quali dovevano essere le linee di comportamento e di azione affinchè nell'associazione si attuasse il dettato dell'ARTICOLO 1 dello statuto: "Il Club Alpino Italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell'anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l'alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagna, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale".
Tali documenti sono il Bidecalogo (Brescia 4.10.1981); la Charta di Verona (1990); le Tavole della Montagna (Courmayeur 1995) .
Nelle Tavole di Courmayeur, ultimo documento approvato dall'assemblea dei delegati di Pesaro, il CAI riconosce che anche le attività alpinistiche, se di massa, possono essere un elemento di alterazione significativa dell'ambiente montano. Si individuano, allora, una serie di comportamenti virtuosi che ogni singolo dovrebbe adottare nel suo rapporto con la montagna, secondo un codice di autoregolamentazione.

Nelle Marche, la problematica ambientale comincia ad emergere a metà degli anni '60 con le storiche lotte per la difesa dell'ambiente nei Monti Sibillini , specialmente da parte di alcuni soci della sezione di Ascoli, che hanno fatto da apripista e, poi, di Macerata. Tali lotte raggiunsero il loro massimo risultato con la nascita del Parco Nazionale, grazie alla coalizione con il CAI delle maggiori associazioni ambientaliste regionali e nazionali.

Organizzativamente fino alla metà degli anni '90 della TAM Marche è stato presidente William Scalabroni, della sezione di Ascoli Piceno, che condusse in prima persona tutte le battaglie per la difesa dei Monti Sibillini. Il problema dei Sibillini aveva assorbito fino ad allora tutte le energie del CAI Marche. Subentrando, insieme a Miranda Bacchiani, della sezione di Pesaro, in qualità di responsabile regionale, ci rendemmo conto che operativamente la TAM era ridotta all'osso. Infatti, tolti alcuni soci storicamente attivi nelle battaglie per l'ambiente, nelle diverse sezioni non esisteva alcun referente per una gestione complessiva delle problematiche ambientali di tutta la regione. Queste, pur con l'estendersi delle aree montane protette in tutta la dorsale regionale, erano lungi dall'essere definitivamente risolte. Anzi molti erano i segni , oggi diventati fatti concreti, di una ripresa delle azioni aggressive contro gli ecosistemi montani. Purtroppo i corsi volti alla preparazione di referenti sezionale, malgrado un'adesione numerosa, per vari motivi non hanno prodotto i frutti sperati. Attualmente ogni sezione opera autonomamente per quanto riguarda aspetti specifici del proprio territorio; la TAM regionale si attiva sulle problematiche più generali. In realtà tale sistema produce notevoli problemi, tra i quali:
- rischio di posizioni contraddittorie da parte del CAI nei confronti di enti e organi d'informazione;
- eccessiva frammentazione, disinformazione e difficoltà di risposte efficaci e tempestive su problemi di interesse più generali di quelli sezionali.

2) In che cosa si differenzia da eventuali altre associazioni od organismi ambientalisti
A mio avviso, la fondamentale differenza sta nel fatto che mentre Italia Nostra, il W.W.F. e, successivamente, La Lega Ambiente e, anche Mountain Wilderness (poi tante altre associazioni minori) hanno come scopo unico e dichiarato l'attività di difesa dell'ambiente (non solo montano), il CAI no. Nel CAI convivono realtà molto diverse; il comune denominatore che unisce tutti i soci è limitato alla frequentazione della montagna. Poi ognuno va in montagna con motivazioni che possono essere del tutto personali e completamente differenti, da quelle di tutti gli altri. Personalmente ritengo che la diversità sia una ricchezza, se riesce, però, a generare e far crescere un sentire comune e a produrre unitarietà d'intenti e di azioni. A volte, invece, le diverse anime che convivono nel CAI hanno portato a posizioni contrastanti e comportamenti incerti, o a scollamenti evidenti tra i principi proclamati e la prassi di soci e sezioni (vedi per esempio il notevole contributo portato da molti rifugi all'antropizzazione dell'alta montagna; alla spinta al turismo di massa ecc.). Non ultima è la storia recente della TAM che, di fatto, sia a livello centrale, ma anche periferico, nonostante le intenzioni proclamate, è ridotta ad una scarsa operatività e a compiti poco più che formali.

Secondo me il CAI non può definirsi (e forse è bene che non lo sia) un'associazione ambientalista, in quanto il suo patrimonio ideale è più ricco e diversificato (pensate ad esempio alla componente sportiva insita nell'alpinismo) e l'attenzione al solo aspetto ecologico ambientale sarebbe riduttivo.
Il CAI, però, ha un grande vantaggio sulle altre associazioni, esso opera direttamente sul territorio e il suo sapere discende direttamente dal fare: questa è una ricchezza che in ambito ambientale non è stata mai veramente valorizzata, nel nostro sodalizio.
È auspicabile, conseguentemente, che le nostre sezioni, si sforzino di diventare (in parte lo sono già) una comunità di alpinisti, consapevoli di operare in un ambiente, quello montano, fragile ed irripetibile; quindi sempre attenti ed attivamente coinvolti nella difesa della sua complessa identità ecosistemica. Questo, a mio avviso, presuppone una chiarezza di intenti e di visione da parte di chi nell'associazione, assume i compiti di dirigenza e coordinamento, a qualsiasi livello, amministrativo e tecnico, affinché i soci, pur ognuno con i propri interessi legittimamente diversi, possano essere educati a condividere, alcuni comuni valori e obiettivi, tra i quali quello della difesa dell'ambiente dovrebbe essere ineludibile. Sentirsi attori di un progetto collettivo che affonda le sue radici nello stesso humus culturale, quello che i nostri padri fondatori indicarono con grande chiaroveggenza: la conoscenza, lo studio e la difesa della montagna.

3) Come è strutturata
4) Quali compiti si prefigge

Si riporta qui in modo schematico le fondamentali indicazioni della TAM Centrale sui compiti e l'organizzazione della TAM. Per la Tutela dell'Ambiente Montano, attualmente esistono le seguenti strutture:
- La commissione Centrale TAM
- L'Agenzia per l'Ambiente
- L'osservatorio Tecnico per l'Ambiente
- Le commissioni regionali TAM (nelle rispettive delegazioni)

Tutte queste strutture, dalla fine degli anni '90, sono in fase di riorganizzazione e di lento avvio operativo verso un modello di maggiore efficacia operativa. Alcune sono ancora, di fatto, gusci vuoti ai quali si sta cercando di assegnare compiti concreti. (vedere il documento allegato sulla Errore. L'origine riferimento non è stata trovata.)

Di fatto le Commissioni regionali, fermi restando i compiti e i principi generali, operano in piena autonomia.
Le commissioni, nazionale e regionali, non sono OTP come le scuole, ma operano per conto dei rispettivi organi: Consiglio Centrale e Delegazioni.
L'operatività dovrebbe essere assicurata dalle seguenti figure: gli operatori regionali TAM e gli esperti nazionali TAM, oggi operatori nazionali che dovrebbero fungere da coordinatori e da riferimento per la politica ambientale del CAI (cosa e come fare per affrontare i diversi problemi di tutela dell'ambiente).
Ambedue le figure vengono formate con dei corsi specifici che vengono indetti a livello regionale (corso base) e nazionale (corso nazionale). Essi vengono iscritti in un albo e sono tenuti a svolgere attività documentata pena la decadenza del titolo. All'operatore TAM si richiede:
- Competenze scientifiche e tecniche di base di carattere ambientale
- Conoscenza approfondità della realtà del territorio in cui opera
- Conoscenza dei fondamentali aspetti gestionali e legali
- Conoscenza della realtà del CAI
- Partecipazione alla vita sezionale
- Capacità operativa
In modo sintetico i compiti della TAM, da svolgere per mezzo dei suoi operatori, sono:
- la consulenza su problematiche ambientali
- le segnalazioni di emergenze, alterazioni all'ambiente, irregolarità ecc.
- la sensibilizzazione di soci e non (educazione ambientale):
1) nel CAI:
a) far conoscere l'ambiente
b) formare una coscienza ecologica nei soci
c) trasmettere il messaggio ambientalista del CAI a tutti quelli che entrano in contatto con l'associazione
d) collaborare con l'agenzia per l'ambiente e l'osservatorio tecnico
e) sensibilizzazione, formazione e attività didattica nei corsi tecnici, nelle gite sociali
f) collaborare con altre commissioni
2) fuori dal CAI
a) progetti con le scuole di ogni ordine e grado
b) cooperazione con le altre associazioni culturali e ambientaliste

L'attività della TAM si sovrappone spesso a quella di altre figure tecniche presenti nel CAI, in particolare l'Alpinismo Giovanile, la Commissione Scientifica, la Commissione Scuola. Ciò sarebbe estremamente positivo se ci fosse integrazione e collaborazione, mentre in realtà, nella maggior parte dei casi c'è reciproca indifferenza. In questa maniera nella nostra associazione, sia a livello nazionale che locale, c'è un proliferare di iniziative, specialmente di educazione ambientale o, più in generale, di approccio alla montagna, sviluppate dai più diversi organi, a volte non proprio qualificati, che si accavallano o interferiscono.

(8)Cosa occorre fare per farvi parte

Oltre, ovviamente ad essere soci del CAI, solo l'essere interessati all'impegno nella tutela dell'ambiente montano e, nel caso si voglia essere inseriti organicamente come operatori, partecipare ai corsi di formazione.


(5) Che risultati ha ottenuto sia sul piano nazionale che regionale

Il lavoro della TAM, nella maggior parte dei casi si è svolto all'ombra del CAI e ha riguardato l'organizzazione di manifestazioni e iniziative contro i numerosi progetti di alterazione dell'ambiente montano proposti in tutta l'Italia negli ultimi decenni. Bisogna dire che, anche guardando il modus operandi delle associazioni ambientaliste più note, è mancata una capacità di lavorare per progetti che avessero una certa visibilità. Vedi per esempio Mountain Wilderness con i progetti per il Monte Bianco o per il K2. Un occasione sicuramente sfumata, in questo senso è stato l'anno internazionale della montagna, ormai trascorso senza attività incisive (e visibili) da parte del CAI. A livello locale i successi maggiori riguardano l'istituzione di aree protette in territorio montano (si è già detto dei Monti Sibillini), ma anche il Gran Sasso (e qui l'attuale mobilitazione contro la seconda canna del traforo).

(6) Perché è così poco conosciuta
(7) Che problemi presenta e come potrebbero essere risolti

All'esterno la sua visibilità è legata a quella del CAI, in quanto ogni iniziativa viene logicamente sviluppata con il logo dell'associazione, in quanto la TAM è, come già detto, un suo organo tecnico operativo. Pertanto è il CAI che figura.

Diverso è invece il caso della scarsa incisività della TAM, nell'ambito delle attività e tra i soci del CAI. Una prima causa va, a mio avviso, imputata alla diffusa scarsa sensibilità ambientale dei soci CAI in generale. Sensibilità verso l'ambiente naturale che può essere di due tipi distinti, ma spesso complementari o associati:
a)comportamenti etici
b) percezione e conoscenza dell'ambiente naturale in cui si opera.
Riguardo al primo aspetto si può fare riferimento alle problematiche poste dalle Tavole di Courmayeur e alla loro scarsa applicazione nella prassi usuale di soci e sezioni; alle questioni connesse all'attività alpinistica in zone di grande valore ecologico e così via; alla trasformazione di molti rifugi d'alta montagna (delle sezioni) in alberghetti con tutte le problematiche di inquinamento, accesso motorizzato ecc. Molto si è cercato di fare a favore della crescita della consapevolezza personale e riguardo l'autoregolamentazione nelle attività di montagna. Ma frequentemente, il comportamento di molti soci, quando vanno in montagna, non si distingue molto da quello del turista di massa. Anzi, a mio avviso, anche la deriva dell'attività sezionale sempre più verso il modello "agenzia turistica dopolavoristica" piuttosto che alpinistica, sembra proprio inarrestabile.
A ciò si collega anche il punto "b". Molti sono interessati ai soli aspetti tecnico organizzativi del settore che praticano. Difficilmente l'attività personale viene incastonata in un contesto più ampio e articolato con finalità di studio, conoscenza e percezione profonda dell'ambiente (vedi scopi dell'art.1 statuto). Attenzione, non intendo riferirmi qui allo studio teorico e specialistico (fauna, flora, ecologia ecc.), ma a quella considerazione empatica verso tutto ciò che ci circonda e che nella pratica alpinistica, in senso lato, ci permette di riconoscerci parte integrante del mondo che frequentiamo. Solo dalla conoscenza, e dall'amore che ne consegue, al momento opportuno muove la spinta verso la difesa attiva di ciò che si ama. Altrimenti si resta spettatori passivi, semplici utenti dell'ambiente (che in molti casi, per tante attività legate tradizionalmente alla montagna, può tranquillamente essere sostituito da ambienti artificiali o, anche, virtuali: palestre, piste innevate artificialmente, elicotteri che eliminano la fatica della salita ecc.).

Se questa analisi è condivisibile, il problema si sposta dalla TAM all'intero soldalizio e alla filosofia sulla quale si fonda. Sugli obiettivi sociali che si vogliono raggiungere, sull'etica che si vuole trasmettere ai propri aderenti. Da come la vedo io (e qui è un'ulteriore risposta al quesito n°4) la nostra è, oggi, un'associazione generalista, che vorrebbe raccogliere sotto le sue ali la maggior parte di quelli che vanno in montagna, senza filtri qualitativi. In questo modo la sua identità si sfoca e nella necessità di accontentare tutti i punti di vista, il suo ruolo nella società diventa poco incisivo e caratterizzato.

Da un punto di vista pratico, nella nostra delegazione, il principale ostacolo ad un'azione continuativa ed efficace della TAM, nasce sia dall'esiguità dei soci preparati e disponibili ad attivarsi sulle diverse problematiche dell'ambiente, sia dalla mancanza di un modello ideale ed operativo, ampiamente condiviso, su quale deve essere il ruolo e l'azione di difesa ambientale nel CAI .
Questo non può discendere dal sentire di pochi soci o responsabili del settore, ma deve essere il frutto di una elaborazione e riflessione più ampia possibile . Bisogna, infatti, chiarire che oggi, data la complessità degli strumenti di governo del territorio, l'azione reattiva tradizionale, di contrasto, tipica dell'ambientalismo degli anni 80-90, sui singoli problemi, è sempre più inefficace e spesso non compresa dalla popolazione e rischia sempre più di apparire episodica e velleitaria. Essa, infatti, inevitabilmente si attiva quando ormai i giochi fondamentali sono stati svolti, le scelte politico amministrative concluse. Inoltre sempre più deve apparire chiaro che la montagna, oggi, non si difende in montagna, ma in pianura, dove hanno luogo le dinamiche che producono effetti significativi su tutto il territorio. Focalizzarsi sugli effetti circoscritti al solo territorio montano produce solo il fallimento dell'iniziativa, in quanto le cause sono sempre complesse e ciò che avviene in montagna ha le sue radici altrove.

Per essere efficaci occorre, pertanto, a mio avviso:
- maturare una autonoma, coerente ed efficace visione del ruolo che l'associazione deve avere nella tutela dell'ambiente (tutto), che sia condivisa da gran parte del corpo sociale, senza doverla ogni volta rinegoziare ;
- individuare, nell'ambito dell'associazione, capacità di livello professionale, in grado di colloquiare con gli organi tecnici delle amministrazioni;
- essere in grado di proporre progetti e alternative valide e significative riguardo all'uso del territorio e delle sue risorse;